Prima parte della riflessione svolta nella Cappella
della scuola la sera di venerdì 18 dicembre 2015
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2, 9-12).
La stella si era nascosta affinché essi, privati della sua guida, fossero costretti a chiedere informazioni ai giudei e in tal modo fossero indotti ad annunziare a tutti l'eccezionale fatto che era accaduto. Ma non appena ebbero interrogato i giudei ed ebbero ottenuto le informazioni che cercavano, la stella subito riapparve. Ammirate, vi prego, l'ordine perfetto di tutte le circostanze. Non appena la stella cessa di guidarli, essi vengono ricevuti dai giudei e dal loro re, e da loro apprendono le profezie che parlavano del bambino. Quando hanno ascoltato le profezie, l'angelo continua ad informarli e li rende edotti di tutto; nel frattempo la stella riappare e li conduce da Gerusalemme a Betlemme. Essa indica loro di nuovo la strada, per farci ancora una volta comprendere che non è una stella comune. Nessun'altra stella, infatti, ha una simile natura. Essa non si muoveva soltanto, ma andava innanzi ai Magi, guidandoli e quasi traendoli per mano anche in pieno giorno.
Ma quale necessità - voi mi chiederete - essi avevano della guida di questa stella, dato che ormai conoscevano il luogo della nascita di Gesù Cristo? Ma non si trattava soltanto di sapere il nome della città, era necessario conoscere anche il bambino. Difatti non c'era niente che potesse indicarlo. La casa ove era nato non era affatto appariscente e sua madre non era illustre, né aveva qualche particolare distinzione. Era perciò necessario che la stella si arrestasse e li facesse fermare proprio nel luogo esatto. Perciò essi tornano a vederla uscendo da Gerusalemme; perciò essa non si arresta più finché non è giunta sulla stalla, fino a quando non ha aggiunto miracolo a miracolo: il miracolo dell'adorazione dei Magi al miracolo della stella che guida i Magi.
Questo duplice prodigio avrebbe potuto, credo, attrarre a Gesù Cristo anche le anime di pietra. Se i Magi avessero detto che avevano appreso la nascita del Messia dai profeti, oppure che un angelo l'aveva annunziata loro privatamente, non sarebbero stati creduti; ma l'apparizione di una stella del cielo è un prodigio capace di chiudere la bocca agli uomini più impudenti.
Quando la stella giunse sopra il bambino, si fermò: e ciò poteva farlo soltanto una potenza che gli astri non hanno: prima, cioè, nascondersi e apparire di nuovo e infine arrestarsi. A questa vista è certo che i Magi sentirono crescere la loro fede. Essi si rallegrarono di avere finalmente trovato colui che avevano tanto cercato, di essere stati, cioè, messaggeri di verità e di non aver intrapreso inutilmente un così lungo viaggio. Questa gioia nasceva dall'amore per Gesù Cristo, di cui ardevano. La stella si arrestò sulla testa del bambino, per fare intendere che egli era il Figlio di Dio. E, fermandosi, essa condusse ad adorarlo non dei semplici stranieri, ma quelli che erano i più sapienti tra loro. Vedete, quindi, per quali giusti motivi la stella è loro apparsa di nuovo. Essi ne avevano ancora bisogno, anche dopo la testimonianza dei profeti e l'interpretazione dei gran sacerdoti e degli scribi.
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 7,3
Consideriamo quale straordinaria gloria abbiano visto quei Magi che affrontarono un tale viaggio faticoso alla ricerca del re, nel bambino, e ne abbiano gioito. Forse videro un palazzo splendido di marmi? O sua madre cinta di un diadema distesa su un letto d'oro? O il bambino avvolto in oro e porpora? O una corte regale che risuona delle voci di popoli diversi? Che cosa? Trovarono un albergo buio e sporco, più adatto ad animali che a uomini: nessuno era contento di recarvisi se non costretto dalle necessità del viaggio: sua madre a stento aveva una sola tunica non per ornamento del corpo ma solo utile a coprire le sue nudità, tunica che poteva possedere la moglie di un carpentiere e per giunta in viaggio; il bambino era avvolto in stracci di pessima qualità ed era adagiato in una ancora più ignobile mangiatoia, perché quel posto era talmente stretto che non si trovava neanche uno spazio dove collocare il neonato. Se dunque, nella loro ricerca di un re terreno si fossero imbattuti in tale situazione, certo i magi avrebbero dovuto provare turbamento piuttosto che gioia, dal momento che si erano sottoposti alla fatica di un tale viaggio senza motivo; ora, invece, dato che cercavano il re dei cieli, pur non notando nulla di regale in lui, tuttavia provavano gioia soddisfatti della testimonianza della sola stella. I loro occhi non potevano considerare degno di disprezzo il bambino poiché lo spirito nel loro cuore glielo mostrava degno di timore. Inoltre, se avessero cercato un re terreno, trovatolo sarebbero rimasti presso di lui, come suole accadere nel mondo, cosicché, abbandonato il loro sovrano, si sarebbero volti a un altro. Ora, invece, i magi adorarono questo re ma ritornarono al proprio perché consideravano questo il re celeste delle loro anime, quello il sovrano terreno dei loro corpi mortali. E lo adorarono. Pensi forse che avrebbero adorato un bambino che non capiva l'onore dell'adorazione se non avessero creduto che in lui c'era qualcosa di divino? Perciò non offrirono il loro onore a un bambino che non comprendeva nulla ma alla divinità che era in lui e che tutto conosceva. E la qualità stessa dei doni offerti testimoniava che essi avevano una qualche consapevolezza della divinità racchiusa nel bambino.
Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 2
E' tuttavia possibile vedere nell'oro, nell'incenso e nella mirra altri richiami simbolici. L'oro designa infatti la sapienza, come attesta Salomone: Un tesoro prezioso sta sulla bocca del sapiente (Prv 21,20). Con l'incenso, che viene bruciato in onore di Dio, si esprime la virtù dell'orazione, come attesta il salmista: La mia preghiera si diriga, come incenso, al tuo cospetto (Sal 141,2). Con la mirra è simboleggiata la mortificazione della nostra carne, e per questo la santa Chiesa dice dei suoi fedeli che lottano sino alla morte: Le mie mani stillarono mirra (Ct 5,5). Noi, dunque, offriamo oro al Re che è nato se brilliamo al suo cospetto per lo splendore della soprannaturale sapienza. Offriamo incenso se bruciamo sull'altare del cuore i pensieri terreni attraverso il santo anelito della preghiera, così da poter effondere al cospetto di Dio come un profumo soave in forza del desiderio delle cose celesti. Offriamo la mirra se reprimiamo i vizi della carne in forza dell'astinenza.
I Magi ci suggeriscono una grande verità con il tornare alle loro regioni percorrendo un'altra via. Attraverso ciò che compiono, dopo essere stati ammoniti dal cielo, ci fanno intravedere il comportamento da assumere. La nostra dimora è il paradiso, e ad essa, dopo aver conosciuto Gesù, non è possibile tornare rifacendo la via attraverso la quale ci siamo allontanati. Dalla nostra patria ci siamo trovati infatti lontani a motivo della superbia, della disobbedienza, inseguendo le cose che appaiono, ed è perciò necessario che vi facciamo ritorno nel pianto, praticando l'obbedienza, disprezzando le cose visibili e frenando i desideri della carne. Ritorniamo dunque alla nostra patria attraverso un'altra via: finiti lontano dai gaudi del paradiso a motivo dei piaceri terreni, possiamo far ritorno attraverso la penitenza.
Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 10, 6-7